Sostanze pericolose e progettazione illuminotecnica: un compito delicato

Se ti dicessi che chi fa un lavoro come il mio, può in alcune situazioni trasformare un semplice interruttore nel detonatore di un ordigno esplosivo, non so se mi crederesti.Eppure è esattamente quello che può succedere. Non ti sto parlando di qualcosa dovuto ad apposita intenzione, ovviamente, ma ad imperizia, mancanza di professionalità e insufficiente esperienza. Perché quando un impianto di illuminazione viene installato in un ambiente in cui sono presenti sostanze esplosive o infiammabili, il rischio è precisamente quello.

Per illustrartelo meglio ti parlerò della realizzazione di un impianto di illuminazione in una industria di prodotti chimici, che ho seguito personalmente. Ti darà modo di toccare con mano la difficoltà e la complessità del progettare l’illuminazione in casi del genere.

Era una situazione particolarmente delicata dato che a seguito dei processi di lavorazione, nell’ambiente venivano liberate quantità di diverse sostanze infiammabili ed esplosive, ad esempio il benzene.

Bisognava innanzitutto effettuare la classificazione dell’ambiente. Dovevamo, in altre parole, mappare su una planimetria le diverse zone pericolose, riportandone tipologia ed estensione.

Per farlo abbiamo per primo ottenuto informazioni precise sul processo di produzione e sulle sostanze utilizzate assieme alle rispettive caratteristiche chimico / fisiche (temperatura di accensione, di infiammabilità, etc.).

Abbiamo quindi effettuato due diversi sopralluoghi. Il primo dedicato a rilevare i diversi macchinari utilizzati nella produzione, al fine di inserirli in una planimetria dell’intero ambiente.

Il secondo a determinare le “sorgenti di emissione” presenti nell’impianto, le parti dell’impianto, cioè, da cui può essere emesso nell’ambiente un gas, un vapore, o un liquido infiammabile.

Abbiamo così inserito i vari dati ambientali e le caratteristiche delle sostanze in un apposito software che ha calcolato la tipologia e l’estensione delle zone pericolose mappandole nella planimetria.

Infine in relazione alla particolarità costruttiva del capannone (fabbricato con due altezze differenti e con portoni e finestre disposti su tutti e quattro i lati e lucernari apribili sulla copertura) abbiamo valutato di classificare l’intero ambiente cautelativamente zona 1 vista la notevole ventilazione naturale presente in quanto l’attività nel periodo estivo e a volte nel periodo invernale veniva svolta con portoni e finestre aperti.

La ZONA 1 sta ad indicare un ambiente in cui è probabile sia presente durante il funzionamento normale, un’atmosfera esplosiva costituita da una miscela di aria e sostanze infiammabili.

Ora arrivava la parte forse più difficile. Bisognava scegliere i dispositivi da utilizzare per l’impianto d’illuminazione.

Se non vuoi trasformare il corpo illuminante in un detonatore, è qui che non puoi assolutamente sbagliare. Ci serviva qualcosa progettato per funzionare senza pericolo con le sostanze utilizzate in quell’ambiente. Una bella responsabilità…

Gli apparecchi, in particolare, dovevano essere idonei ad essere installati in un ambiente classificato ZONA 1.

La scelta è caduta su apparecchi con modo di protezione a prova di esplosione “d”, conformi alla norma CEI EN 60079. Perfettamente adatti per l’installazione in ZONA 1. Sono talmente robusti (struttura metallica) da resistere a un’esplosione interna senza subire rotture o deformazioni, così da contenerla ed evitare di trasmetterla al capannone.

Ma restava ancora un problema, scegliere il gruppo delle apparecchiature elettriche e la classe di temperatura. E qui la cosa era ancora più difficile, perché entrambe dipendono dal tipo di sostanze pericolose presenti.

La difficoltà sta nel fatto che sostanze differenti non di rado richiedono costruzioni elettriche e temperature differenti. Nel nostro caso, ad esempio, venivano utilizzate tra le altre sostanze sia il benzene che il butanone.

Mentre la prima richiede però costruzioni elettriche IIA ed una classe di temperatura T1, la seconda necessita di un gruppo IIB e una classe di temperatura T2. E non potevamo certo chiedere al cliente di rinunciare ad una di esse.

La soluzione è stata montare apparecchi d’illuminazione del gruppo IIC con classi di temperatura T6. La ragione è che tali apparecchi sono utilizzabili dove sono richieste apparecchiature sia del gruppo IIA che del gruppo IIB. Inoltre gli apparecchi della classe T6 possono essere impiegati in tutti i luoghi pericolosi.

In questo modo il cliente potrà in futuro utilizzare in lavorazione/deposito qualsiasi sostanza chimica pericolosa, senza doversi preoccupare dell’idoneità dei corpi illuminanti installati.

Penso con tutto questo di averti mostrato da vicino quanto sia complesso progettare un impianto di illuminazione, quando vi sono implicate sostanze pericolose.

E’ un compito delicato, che richiede un’elevata preparazione e una formazione e aggiornamento continui.  Perché anche un solo componente “sbagliato” potrebbe, come già ti dicevo, trasformare un semplice interruttore in un micidiale detonatore.

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A cura di Valter Savi